Dalle “Madri Costituenti” ai diritti fragili di oggi: a Bari la Costituzione si legge al femminile
di Maria Pia Iurlaro
BARI – In occasione della Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, il Palazzo di Giustizia di Bari ha ospitato un importante momento di approfondimento giuridico e culturale dedicato al rapporto tra diritti, democrazia e parità di genere. L’incontro, dal titolo “La Costituzione diffusa. Per una prospettiva costituzionale di genere”, si è svolto il 10 marzo 2026 presso la Sala Biblioteca del Palazzo di Giustizia.
L’evento è stato promosso dall’Ordine degli Avvocati di Bari, dal Comitato Pari Opportunità, dalla rete Noi Rete Donne e dalla Camera Amministrativa Distrettuale degli Avvocati di Bari, realtà da sempre impegnate nella promozione della cultura giuridica e della tutela dei diritti.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di promuovere una lettura più consapevole e inclusiva della Costituzione della Repubblica Italiana, mettendo al centro il ruolo delle donne nel sistema dei diritti e della partecipazione democratica. Come è emerso durante i lavori, il concetto di “Costituzione diffusa” richiama infatti l’idea di una Carta fondamentale viva, non limitata agli addetti ai lavori, ma capace di permeare la società e di orientare concretamente le politiche pubbliche e le scelte istituzionali verso una reale uguaglianza sostanziale.
Ad arricchire il dibattito sono intervenute numerose figure istituzionali e associative: avv.Salvatore D’Aluiso, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari; dott.ssa Ernesta Tarantino, presidente del Comitato Pari Opportunità presso il Consiglio Giudiziario; dott. Leonardo Spagnoletti, presidente del TAR Puglia; avv. Luigi D’Ambrosio, presidente della Camera Amministrativa degli Avvocati di Bari; avv. Katia Di Cagno, presidente del Comitato Pari Opportunità del COA Bari; avv. Antonella Ida Roselli, referente pugliese di Noi Rete Donne; e dott.ssa Daniela Carlà, promotrice NOI RETE DONNE, avv. Lella Ruccia (consigliera regionale di Parità), avv. Anna Del Giudice (consigliera del COA di Bari), avv. Marta Lorusso (componente del direttivo della Camera Amministrativa), prof. Avv. Marilisa D’Amico, professoressa ordinaria presso la Università degli Studi di Milano, prof. avv.Francesco Perchinunno, docente di diritto costituzionale all’Università di Bari.
La data scelta per il convegno, il 10 marzo, è densa di significato storico: ricorda l’anniversario della prima volta in cui le donne italiane furono chiamate alle urne per il voto amministrativo. Questo traguardo aprì le porte all’elezione dell’Assemblea Costituente, dove la rappresentanza femminile era di appena il 4% (21 donne su 556 deputati). Eppure, senza le “madri costituenti”, i principi della nostra democrazia sarebbero stati molto diversi.
Fu l’onorevole Lina Merlin a pretendere che all’articolo 3 fosse aggiunto l’inciso “senza distinzione di sesso”, ricordando ai colleghi che nel 1789, in Francia, i diritti proclamati “erano diritti solo di coloro che portavano i pantaloni”. A Teresa Mattei si deve l’inserimento dell’espressione “di fatto” nel secondo comma dell’articolo 3, per costringere lo Stato a rimuovere attivamente gli ostacoli all’uguaglianza. Memorabile anche la battaglia sull’articolo 51 guidata da Maria Federici, che si oppose all’utilizzo della parola “attitudini” per l’accesso agli uffici pubblici, termine che avrebbe permesso l’esclusione discriminatoria delle donne, sostituendolo con i “requisiti stabiliti dalla legge”.
Se la Costituzione ha saputo guardare al futuro — rivelandosi “presbite”, per usare un termine di Piero Calamandrei — la società e l’ordinamento italiano hanno faticato a seguirne il passo. Il presidente dell’Ordine degli Avvocati D’Aluiso ha ricordato che solo nel 1981 è stato abrogato il “delitto d’onore” e si è dovuto attendere il 1996 affinché la violenza sessuale fosse riconosciuta come reato contro la persona.
Anche nel settore giudiziario le barriere sono cadute lentamente. Il presidente del TAR Spagnoletti ha sottolineato che le porte della magistratura ordinaria si sono aperte alle donne soltanto nel 1963. Oggi la forbice degli accessi si è chiusa (circa la metà dei nuovi ingressi nella magistratura amministrativa è femminile), ma permane una marcata sottorappresentazione delle donne negli uffici direttivi e semidirettivi.
L’emancipazione femminile, in definitiva, “è misura della qualità democratica di una Repubblica”. Un concetto ribadito da Daniela Carlà, la quale ha ricordato che l’obiettivo non è fare in modo che le donne “si mascolinizzino” o cerchino “un’assurda identità con l’uomo”, ma che possano mettere a disposizione della società civile “tutte le loro energie e volontà di bene” occupando i ruoli decisionali.
Oggi, tuttavia, la priorità si sposta verso le nuove sacche di povertà e vulnerabilità lavorativa. Durante l’incontro si è lanciato l’allarme sui cosiddetti “diritti fragilissimi”, denunciando le condizioni di sfruttamento di cui sono vittime le donne impiegate nel settore della grande distribuzione organizzata, nei call center o come rider: “Le donne appartengono alla categoria dei fragilissimi. Dobbiamo renderle forti”. Fino a quando esisteranno queste disparità e finché alle donne verrà richiesto di assumere modelli maschili per vedere premiate le proprie qualità, la piena attuazione della Costituzione rimarrà un cantiere aperto.
L’emancipazione femminile, in definitiva, rimane la vera “misura della qualità democratica di una Repubblica”. Come ricordato dal Presidente Sergio Mattarella, e riecheggiato in aula, questo cammino potrà dirsi davvero concluso solo quando alle donne non sarà più richiesto di assumere modelli di comportamento maschili per veder riconosciute le proprie capacità. Fino ad allora, la Costituzione non sarà solo un documento da celebrare, ma un progetto sociale ancora da attuare.



