TURI (BA) — C’è una forma sottile e bellissima di ironia nel destino delle grandi vocazioni artistiche: quella di nascere quasi per caso, o persino per reazione a un’imposizione domestica. È la parabola umana e professionale di Marisa Sicolo, celebre mezzosoprano del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, che ha riempito le storiche sale di Palazzo Cozzolongo a Turi per la presentazione del suo memoir d’esordio, Tutta colpa del pianoforte (pubblicato da Graphe.it edizioni).
Un appuntamento di alto profilo culturale che ha saputo unire l’aneddoto di palcoscenico alla riflessione profonda sul valore formativo dell’arte. A fare gli onori di casa è stato il Presidente Onorario, Dottor Emanuele Ventura, che ha aperto la serata ricordando l’impegno di Palazzo Cozzolongo nel sostenere e ospitare gratuitamente artisti e scrittori, offrendo ai giovani del territorio un’alternativa di crescita culturale sana e concreta. Nel corso del suo intervento, Ventura ha espresso parole di profonda gratitudine verso chi ha reso possibile l’evento, sottolineando con enfasi come, grazie al prezioso lavoro e alla sensibilità del Maestro Michele Cellaro, sia stato possibile portare a Turi un personaggio di così grande calibro e prestigio internazionale.
Il racconto dell’autrice ha conquistato la platea per la sua travolgente schiettezza. Come ha ricordato Marisa Sicolo — pugliese d’origine e con trent’anni di straordinaria carriera alle spalle sui palcoscenici più prestigiosi del mondo — l’amore per la musica non è arrivato con il cliché del prodigio. Al contrario, da adolescente il pianoforte era quasi un incubo serale: suo padre, grande appassionato, amava suonarlo fino a tarda notte al rientro dal lavoro, disturbando i suoi riposi scolastici.
La svolta avvenne quando il padre la convinse a sostenere l’esame d’ammissione al Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari. Varcare quel cancello circondato dal giardino fiorito, mentre dalle finestre spalancate uscivano i suoni caotici degli studenti in prova, fu una vera e propria folgorazione. Da quel momento, l’avversione si trasformò in un innamoramento viscerale per l’universo lirico.
Sotto la guida direttiva di una figura carismatica come il Maestro Nino Rota e grazie al magistero dell’insegnante Rosa Pazienza, la Sicolo ha affinato un talento che l’avrebbe portata a vincere il durissimo concorso al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Da lì ha preso il via una carriera trentennale vissuta al fianco dei più grandi maestri della direzione d’orchestra — da Riccardo Muti a Zubin Mehta, fino a Claudio Abbado — e di leggende del canto come Luciano Pavarotti, Katia Ricciarelli e Andrea Bocelli, diretta da maestri della regia del calibro di Franco Zeffirelli, Luca Ronconi e Ferzan Özpetek.
Il volume, introdotto dalla nota di lettura di Susanna Trossero, spicca per la sua capacità di svelare il dietro le quinte del melodramma con arguzia e levità. Durante la serata, dialogando con il moderatore M° Michele Cellaro, l’autrice ha regalato al pubblico alcuni irresistibili estratti di vita teatrale.
Tra i ricordi più divertenti affiorati nel corso del dibattito, spicca l’episodio della rovinosa caduta in Madama Butterfly. Durante una recita del 1982, nei panni della madre di Cio-Cio-San, Marisa Sicolo fu protagonista di un piccolo incidente di scena: un collega interprete dello Zio Bonzo — alto due metri e dotato di una voce tonante — nel trascinarla via la tirò con tale irruenza da farla volare letteralmente come un giavellotto, lasciandola immobile a terra non per il dolore, ma per le risate irrefrenabili celate a fatica sotto il kimono. Non meno esilarante è stato il racconto della lama volante nell’Italiana in Algeri, quando un tenore, nell’atto di sguainare enfaticamente la spada per difendersi, vide la lama staccarsi ed elicotterare fino ai piedi del baritono, gettando l’intero cast nel terrore e il pubblico in sala tra le risate.
La comicità del palcoscenico è emersa anche nell’aneddoto legato all’effetto “valanga” durante una recita della Forza del destino. Nel corso della tradizionale goliardia dell’ultima replica di produzione, un tenore legò tra loro i cordoni dei sai dei monaci: quando il primo frate inciampò tentando di uscire in processione, finì per trascinarsi dietro tutti i colleghi in una goffa ed esilarante caduta a catena. Dalle comparse munite di un vero pitone giallo agitato dalle note della buca d’orchestra, fino alle trovate registiche più audaci — come le figuranti senza veli nel primo atto del Rigoletto che paralizzarono il coro maschile durante le prove —, il testo dimostra come il teatro lirico sia prima di tutto un organismo vivo, fatto di passione, sudore e imprevedibile umanità.
La serata ha toccato anche corde di intensa memoria locale. Il M° Michele Cellaro ha ricordato le origini comuni degli studi musicali e ha tributato un commosso omaggio alla figura di Don Giovanni Cipriani, storico maestro di Turi a cui si deve l’avvio alla musica di generazioni di talenti locali che hanno poi esportato la propria arte in tutta Italia.
Un’eredità che si rinnova nel presente. Come ha evidenziato il dott. Emanuele Ventura, le attività culturali promosse mirano a offrire ai ragazzi modelli alti e stimoli concreti: basti pensare che ben 17 giovani del territorio entreranno a breve nella banda cittadina, coronando un percorso formativo precoce e rigoroso.
In questo contesto, la testimonianza di Marisa Sicolo ha rappresentato un messaggio di rara forza per le nuove generazioni: il talento non è una strada spianata o una dote immediata, ma un percorso che si scopre con l’ascolto, si coltiva con lo studio e si vive con gioiosa umiltà. Un’opera che parla anche a chi non ha mai varcato la soglia di un teatro d’opera, ricordandoci che spesso le avventure più straordinarie della vita cominciano proprio laddove pensavamo ci fosse solo “la colpa di un pianoforte”.









